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San Galgano

Abbazia san galganoPer chi cerca Agriturismo San Galgano o soltanto una gita indimenticabile, l'abbazia, la spada nella roccia, la leggenda...
un posto magico da visitare a pochi km dalla nostra Casa Vacanze Campetroso...

 

 



La Storia...

Vecchia_Abbazia.jpgGalgano Guidoni nacque nel 1148 da nobili genitori d'origine salica nel borgo di Chiusdino, piccolo centro che sorge compatto ad ovest del complesso abbaziale. Le vicende della sua vita sono state in parte trasfigurate da leggende che nascondono poeticamente una base storica. Una leggenda ritiene la sua nascita quasi miracolosa: i genitori, Guido e Dionisia, l'avrebbero avuto dopo lunghi anni di sterilità, per intercessione di San Michele Arcangelo, molto venerato nella zona, specialmente nei piccoli centri delle alture circostanti. Galgano crebbe bello, spensierato, fiero e prepotente. La sua giovinezza frivola e alquanto libertina ricorda la storia del quasi contemporaneo Francesco d'Assisi; come questi, Galgano sentì spesso l'inutilità della sua vita dissipata e provò il tormento di non avere uno scopo per cui vivere; il suo ambito titolo di Cavaliere non gli procurò quell'ebbrezza che si attendeva. E in quest'ansia lentamente maturò la decisione di cambiare, di vivere in solitudine a contatto con Dio e la natura. Consigliato da vari eremiti, numerosi in quella zona, e particolarmente da Guglielmo di Malavalle, fondatore di un celebre eremo nella Maremma , Galgano si ritirò sulla collina di Montesiepi o Cerboli, a pochi chilometri da Chiusdino, in direzione di Monticiano, dove visse per dodici mesi in una capanna circolare, costruita con frasche.
Era il 21 dicembre 1180.
spada_galgano.jpg Questa vocazione eremitica di Galgano è attribuita dalla leggenda a insistenti inviti dell'Angelo Michele, che si manifestò nei sogni indicandogli anche il luogo dove costruire la cella. In risposta alle insistenze della madre Dionisia e della fidanzata Polissena di Civitella Marittima perché rientrasse in città, e agli scherni degli altri cavalieri, egli conficcò la sua spada nella fessura di una roccia che affiorava nella capanna, in segno di rinuncia perpetua alla guerra e di uso dell'arma come croce davanti a cui pregare. La spada ritta nel suolo aveva per i cavalieri del Medioevo un profondo significato spirituale: essa rappresentava e simboleggiava la croce, segno di fede e di aspirazione alla Crociata. Tale usanza, confermata da canzoni e storie cavalleresche, valeva, oltre che per manifestare un pubblico rifiuto della violenza, anche per pregare nelle pause religiose e spesso veniva infissa davanti al capezzale di un cavaliere moribondo. Non bisogna dimenticare che la spada veniva benedetta solamente dal vescovo prima di essere consegnata al neo cavaliere al quale s'intimava solennemente di usarla solo per difendere la fede e la giustizia. Secondo alcuni, probabilmente, la roccia in questione doveva essere il centro di un più antico luogo sacro, dove spesso ci si radunava per solenni giuramenti; future perlustrazioni sotto la pavimentazione della Chiesa, sorta attorno al masso, potrebbero rivelare notizie più certe. Vari episodi leggendari mostrano San Galgano ben integrato nell'ambiente naturale; alcuni lupi frequentavano la sua capanna; la gente del contado lo visitava spesso per ricevere consigli e guarigioni.
La sua vita solitaria a Montesiepi non fu, né da lui né dai vicini, considerata una fuga dal mondo e dai suoi problemi, ma un liberarsi dalle sovrastrutture costruite dall'uomo per angariare il prossimo; in tal senso, San Galgano, cavaliere che trasforma con un gesto simbolico la spada in croce, può essere considerato un coraggioso che, non curandosi della mentalità guerresca del suo secolo, affermò la supremazia della pace e della fede sulla sterilità della violenza. Fu un uomo "moderno"per ogni tempo. Indubbiamente la vita eremitica non fu facile, tanto che a 33 anni, il 3 dicembre 1181, egli morì. Secondo un'antica tradizione erano presenti alla sua tumulazione i vescovi di Volterra , Massa Marittima e Siena, oltre agli abati cistercensi di Fossanova, voluta per mettere in evidenza i buoni rapporti dell'Abbazia con le tre diocesi confinanti e l'unione dell'eremita con i monaci cistercensi che sarebbero sopraggiunti pochi anni dopo.


EREMO DI SAN GALGANO IN MONTESIEPI

Eremo San GalganoIl nucleo originale del complesso cistercense di San Galgano è il piccolo tempio romanico sorto come mausoleo sulla tomba del giovane eremita, che appena pochi anni dopo, nel 1185 venne canonizzato da Lucio III. Anzitutto conviene parlare della Rotonda di San Galgano, in quanto essa presenta una pianta singolare e quasi unica. La sua costruzione fu iniziata verso il 1182 e consacrata nel 1185 dal vescovo di Volterra Ildebrando Pannocchieschi. Essa fu concepita come un "mausoleo"perché custodisse la tomba venerata del Santo e fosse preziosa custodia alla roccia con la spada; d'altronde la destinazione tombale della Rotonda dì Montesiepi è in stretto rapporto con la sua architettura che circonda le antiche tombe romane ed etrusche. In realtà lo sconosciuto architetto si ispirò a Castel S. Angelo, al Pantheon e alla tomba di Cecilia Metella sulla via Appia, mentre la cupola richiama le tombe di Vetulonia e Volterra, l'esterno si presenta ben delineato nella forma circolare; esso è costruito con base in pietra fino a 4 metri e poi la pietra si alterna confile di mattoni a vista; la parte superiore, aggiunta nel 1300, è in cotto con un anello inferiore a dente di sega e un anello superiore in pietra; la lanterna cieca è un'aggiunta del XVII secolo. Probabilmente nel XIII secolo, all’edificio originale fu addossato il portico con un cornicione,di fattura arcaica e campagnola, ornato da cinque piccole sculture Lo stemma mediceo è di chiara provenienza barocca. Un altro fabbricato aggiunto nel XIV secolo interruppe con poca delicatezza l'armonia della Rotonda: la cappella ogivale in cotto, che ha il pregio però di custodire un ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti. Altra aggiunta trecentesca è da considerarsi il cam-paniletto in cotto, a due monofore sovrapposte a nicchie cieche sui lati minori. Assai di peggio accadde al piccolo monastero; scomparve il chiostro più volte citato nei documenti, gli archi e le finestre furono accecati, e i piani inferiori trasformati in stalle. La chiesa è a pianta circolare, interrotta solamente ad est da una graziosa abside semicircolare con mo-nofora a doppio strombo ed è sormontata da un'ardita cupola semisferica. Nel muro perimetrale, dello spessore di un metro e quaranta, si aprono al piano terra tre porte, di cui una sull'asse dell'abside, in corrispondenza del pronao e due ai lati della stessa abside. Una quarta porta ricavata a metà altezza dal muro, ora raggiungibile a mezzo di una scaletta di legno, conduceva alla canonica, al campanile e alla cupola esterna.
La cappella è costruita in file di conci di pietra bianca che a mt. 3,75 dalla base si alternano a strisce di mattoni; nella cupola, separata dal tamburo da un cerchio di travertino, il motivo bicolore continua in anelli concentrici, dando l'illusione dell'infinito. Nel muro perimetrale si aprono quattro finestre a doppio strombo ed al disopra della cornice quattro oculi. Verso il 1340 fu iniziata la Cappella degli Affreschi, a forma quadrata, appoggiata al lato nord della Rotonda, e con volta a crociera gotica quadripartita. Subito dopo venne affrescata da Ambrogio Lorenzetti con l'aiuto di scolari. Gli affreschi subirono lungo i secoli numerosi affronti:gli uomini e il tempo li ridussero in pessimo stato. Alcuni sono completamente spariti.
Nella zona superiore lunata è rappresentata una Maestà: la Vergine Maria in trono, circondata da una schiera di Angeli e Santi; ai suoi piedi si stende Eva; un cartiglio spiega il contenuto teologico della scena allegorica: il contrasto tra Eva, causa di morte e Maria, genitrice di Cristo - fonte di Vita. La figura di Eva ricorda due celebri personaggi del "Buon Governo" di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena: la Pace e la Sicurezza, gli stessi panneggi e la nobiltà di espressione.
Tra i personaggi rappresentati, notiamo nel piano superiore: San Pietro, San Paolo e i due San Giovanni; nel piano inferiore: il papa Lucio III, due eremiti, vissuti nei dintorni, e un santo vescovo. Le due figure vestite di bianco rappresentano i due santi cistercensi: San Roberto e San Bernardo; la donna che offre un cuore alla Vergine simbolizza la carità ideale, mentre la donna con la sporta, la carità pratica. Nella fascia inferiore vi è una insolita Annunciazione. Il pittore, nella sua personale versione aveva rappresentato la Vergine che si ritrae spaventata alla vista dellAngelo.
Concezione forse logica, ma non gradita ai contemporanei, abituati a rappresentazioni più statiche e ieratiche della Madonna; quindi, un seguace del Lorenzetti rifece la Vergine in posizione tradizionale, come ancor oggi è visibile. Della primitiva figura non resta che un vago contorno nella parte bassa. Nella lunetta della parete sinistra sono oggi visibili circa due terzi della composizione "S. Michele invita Galgano alla corte celeste".
A destra, il giovane santo offre la roccia con la spada a S. Michele, in segno di consacrazione del luogo sacro di Montesiepi; VAngelo, a sua volta, lo invita a guardare la "Maestà" di Maria, fonte di pace. Ben modellate sono le figure dei due vescovi di Volterra: Ugo Saladini e Ildebrando Pannocchieschi, fondatori della Rotonda.
Subito sotto c'è un panorama di Roma con relativa sinopia. È un buon lavoro in senso di profondità, gli edifici sono disposti ad angolo, l'uno verso l'altro, e rappresentano Castel Sant'Angelo (in versione idealizzata) e la vecchia basilica di S. Pietro. L'episodio raffigura l'apparizione di un angelo sul castello mentre ripone la spada in segno di perdono. In basso, un'altra sinopia dove sono raffigurate due chiese: una gotica e l'altra circolare.
Sulla parte di destra, in alto, un gruppo folto di Santi ed Angeli incamminati verso la Maestà di Maria; l'affresco è in buona parte perduto. Tuttavia vi si riconoscono S. Stefano, S. Fabiano, Sant'Orsola e il re Davide. Nella fascia inferiore sono state collocate le due sinopie dell'Annunciazione. Non esagerano quei critici che hanno definito la sinopia della Vergine, quella vera del Lorenzetti, un capolavoro di movimento e di sentimento.
LA GRANDE ABBAZIA
Abbazia_esterno.jpg Pochi anni dopo la morte di San Galgano giunsero i Cistercensi dall'Abbazia di Casamari in Ciociaria, a sud di Roma. Non sappiamo l'anno esatto; certamente alla fine del XIII secolo i monaci si erano insediati sulla collina di Montesiepi, assorbendo gli ultimi eremiti galganiani. Nei primi anni del 1200 il superiore del monastero è fregiato con l'appellativo di abate e si chiama Bono, di probabile origine francese.
Il monastero in cui vivevano i monaci, ancora esistente, divenne piccolo, ma la collina non permetteva alcun ampliamento agevole. I monaci, consigliati dal vescovo di Volterra Ildebrando Pannocchieschi, conte feudatario del luogo, decisero verso il 1218 di scendere nella valle sottostante, ampia e fertile. Il complesso richiese molti anni e fu edificato secondo i più rigidi criteri dell'arte e delle usanze dei monaci cistercensi. Questi appartenevano ad un ordine monastico benedettino, fondato nel 1098 a Citeaux (in latino Cistercium) dall'abate Roberto di Molesme con lo scopo di ripristinare la regola di San Benedetto alquanto travisata da altri rami monastici. Grazie specialmente a Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), l'ordine si sparse in tutta l'Europa, dando grande impulso all'economia agricola e diffondendo l'arte "gotica-cistercense" rinomata per la sua semplicità razionale. Donazioni e privilegi papali, imperiali, vescovili, resero potente l'Ordine e numerosi possedimenti sparsi per la Toscana crearono una buona situazione economica che rese possibile la lunga costruzione dell'imponente abbazia. Specialmente questi monaci si inserirono nel territorio della Repubblica Senese in vari campi: dalla giurisprudenza alla tecnica, dall'economia all'architettura. Furono notai e giudici, incaricati dai papi e dalla Repubblica Senese ad ambascerie di pace. Infatti furono spesso chiamati a dirigere i lavori del Duomo di Siena. Un monaco di nome Gnolo ebbe l'incarico di studiare se l'acqua del Merse poteva essere incanalata fino alle porte di Siena; numerosi mulini furono costruiti lungo i corsi d'acqua. Spesso furono chiamati ad interessarsi delle miniere nei dintorni del monastero: nei pressi del fiume Merse si notano ancora tracce di muri e di scorie minerarie, testimonianze di un'attiva fonderia. I legami economici con il governo senese furono ottimi: il monastero era quasi al centro dello Stato e molti traffici provenienti dai pascoli, dal mare e dalle miniere vi sostavano sotto la protezione dei monaci che, spesso, organizzavano importanti fiere. Non furono pochi i monaci preposti alla "Bicherna" come "Camarlinghi"; cioè gestori e ministri del tesoro statale, incarichi di estrema fiducia.
Ma tutto questo splendore spirituale, culturale ed economico subì una rapida decadenza. Nel 1364 si ebbero varie incursioni di mercenari al servizio di Firenze. Ma il male peggiore fu la mai tanto deprecata "commenda", vera peste che portò a rovina numerosi monasteri.
Dalla metà del XV secolo i Commendatari, abati titolari che percepivano le rendite dell'abbazia, sì preoccuparono solo di sfruttare i beni, a scapito dei monaci, della disciplina monastica e degli edifici, sempre più abbandonati. Girolamo Vitelli verso il 1550 lasciò deperire i poderi, alienò oggetti preziosi e vendette persino il piombo del tetto delle due chiese, causa prima del lento ma inesorabile disfacimento della grande chiesa.
Di tale situazione venne a risentire la vita dei monaci, che nel 1550 erano rimasti appena cinque. Nel 1600 c'era un solo e vecchio monaco, così malvestito da suscitare l'indignazione di un visitatore dell'epoca.
Dopo vari tentativi di riportarvi altri monaci, anche di ordini diversi, nel 1789, essendo la Rotonda dell'Eremo dichiarata Pieve, fu inviato un sacerdote diocesano. La grande chiesa venne del tutto abbandonata e i betti passarono in enfiteusi perpetua ad una nobile famiglia dei dintorni.
Con la dispersione dell'archivio dell'Abbazia di San Galgano molte notizie sono andate perdute; altrettanto è successo per la data dell'anno in cui fu iniziata la costruzione della grande Abbazia con relativi edifici annessi. La forte somiglianza con la Chiesa di Casamari nel Lazio meridionale fa supporre che fòsse il 1218-1220 l'inizio della fondazione. I lavori terminarono nel 1268 quando venne consacrata dal vescovo di Volterra, Alberto Solari, però alcuni suppongono che solo verso il 1285 si ebbe il loro compimento sostanziale. Spesso è stato indicato come architetto dell'abbazia un certo Curzio di Chiusi;però questa affermazione è stata respinta in quanto mai suffragata da alcun valido documento. Nei secoli XI, XII e XIII la costruzione di buona parte dei monasteri e chiese conventuali ebbe, come architetti e capi degli operai, gli stessi monaci che seguivano le tradizioni apprese nelle scuole dei loro rispettivi ordini.



Abbazia_sangalgano.jpg

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