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Da San Gimignano a Volterra

Partendo dal borgo di Suvereto, ecco un altro itinerario ricco di fascino, di storia e tradizioni medievali, ma caratterizzato anche dalla zona del buon vino, della cucina e dell'olio...

 

Da Suvereto seguire le indicazioni stradali per Canneto, arrivare a Saline di Volterra e proseguire in direzione di Gambassi Terme dove troviamo un incrocio stradale che ci permette di raggiungere la mitica San Gimignano.

Ci aspetta ora una cittadina che costi­tuisce una delle più affascinanti mete turi­stiche della Toscana:

— SAN GIMIGNANO, la città dalle belle torri! San Gimignano non si presenta bruscamente al visitato­re. Come se volesse prepararlo all'incontro, anzi, gli si svela a poco a poco, da lontano, appena delineata sull'orizzonte con la sua schiera di torri che, viste così da lontano, potrebbero ancora sembrare ciminiere, o cipressi, o pozzi di petrolio.

Via via che si procede, però, lo sguardo è attratto con sempre maggiore insistenza da quella strana visione. E ci si comincia a chiedere, allora, di che cosa veramente si tratti, perchè . . . possibile che siano torri, tante torri in una volta sola? Eppure si, sono proprio torri: due, quattro, sei, otto, dieci, dodici, quattordici . . .

Ma, santo cielo, quante torri sono? In­cantato da quella selva rosseggiante, ormai il nostro sguardo non riesce a distaccarsene più. Ci tendiamo conto, stupiti e commossi, di trovarci di fronte a uno scenario ecce­zionale, davvero unico al mondo.

E lo stupore e la commozione continua­no allorché entriamo in città per una delle porte che si aprono nella duplice cerchia delle mura; continuano allorché saliamo per strade silenziose alle quali fanno ala vetu­sti edifici; aumentano, d'improvviso, allor­ché usciamo nelle tre piazze che si aprono al culmine della città, una appresso all'al­tra, e tutte recinte da ferrigni e severi pa­lazzi dell'età medioevale.

Siamo, qui, nel fitto della selva; e ab­biamo un bello stare col naso all'insù; ab­biamo un bell'andare su e giù con gli occhi per cercare di contarle tutte. Quanto ai loro nomi . . .

In pieno Medioevo, s'innalzavano a San Gimignano la bellezza di 72 torri. Il che si­gnifica che queste rimaste — in tutto 15 — non sono che pochi alberi, in paragone della foresta di quel tempo.

Qui in Piazza della Cisterna, che prende il nome dal duecentesco pozzo-cisterna che la orna al centro, svettano, fra altre, le Torri gemelle degli Ardinghelli. Chi erano gli Ardinghelli? Erano una potente famiglia di Guelfi, sempre in lotta (inutile dirlo) con una famiglia altrettanto potente di Ghibellini. E costoro erano i Salvucci, che spia­vano le mosse degli avversari dalle agili Torri dei Salvucci erette sull'opposta Piaz­za delle Erbe.

Quasi per vigilare sui contendenti, ecco poi nella centrale Piazza del Duomo la po­derosa Torre del Palazzo antico del Pode­stà, detta, chissà poi perchè, la « Rognosa».

E ci sono poi le belle torri del Palazzo dei Cortesi, la Torre Chigi e l'altissima Tor­re Grossa del Palazzo nuovo del Podestà, la quale (a quanto si racconta) era accre­sciuta di un pezzetto da ogni Podestà che saliva in carica ed è aperta da un voltone.

Ma a San Gimignano non ci sono da am­mirare solo le torri. Senza più guardare in su, queste piazze sono un incanto con la loro solenne parata di edifici medioevali e con il loro rosso pavimento a mattoni dispo­sti a spina di pesce. E poi c'è il Duomo, chiamato Collegiata, costruito nel secolo XII, e tanto ricco di opere d'arte da sembrare un museo con quelle sue pareti rivestite da preziosi affreschi di Taddeo di Bartolo, di Benozzo Gózzoli, di Barna da Siena, di Bartolo di Fredi e con la mirabile Cappella di Santa Fina.

Questo gioiello rinascimentale, creato dal grande architetto Giuliano da Maiano, si adorna di un magnifico altare di Bene­detto da Maiano e splende luminoso negli incantevoli affreschi del Ghirlandaio illu­stranti la vita di Santa Fina, fanciulla san-gimignanesé vissuta nel secolo XIII.

Altre pregevoli opere d'arte le trovia­mo nel Palazzo del Popolo salendo, dal suo pittoresco cortile, alla grandiosa Sala del Consiglio, chiamata anche « Sala di Dan­te », perchè il sommo poeta vi tenne un di­scorso l'8 Maggio 1300 per incitare la città ad entrare a far parte di una lega guelfa toscana.

Questa sala ci presenta il bellissimo af­fresco della Maestà di Lippo Menimi. Salen­do al piano superiore, ecco poi le Sale della Pinacoteca Civica con opere di Guido da Siena, del Pinturicchio, di Filippo Lippi, di Benozzo Gózzoli e altri artisti senesi e fio­rentini.

Più su, in cima alla Torre Grossa possiamo riposarci davanti a un superbo pa­norama che si estende dalle Alpi Apuane al Pratomagno. Scendiamo, ora, per le pittoresche vie della città. È tutto un susseguirsi di case e di palazzi antichi su cui il tempo ha indu­giato per secoli, ricoprendoli di una calda patina scura. Ecco Via San Matteo con la Casa-torre Pe­sciolini e il bel Palazzo Tinacci. Essa termi­na alla Porta San Matteo, al di là della qua­le, in una solitaria piazza, ci appare la Chiesa di Sant'Agostino ornata da un finissimo altare di Benedetto da Maiano e da vivaci affreschi di Benozzo Gózzoli. Ec­co, dalla parte opposta, la Via San Giovanni, che con lo stupendo Palazzo Protettesi, con l'Arco e la Torre dei Becci e la Torre Cugnanesi, si protende fino alla Porta San Giovanni, che è la più bella e la più importante della città; ecco Via Folgore da San Gimignano, che ra­senta il duecentesco Ospedale di Santa Fina e termina, in un prato, davanti alla Chie­setta di San Jacopo; ecco Via delle Fonti che ci guida alle pode­rose arcate delle « Fonti » dove, un tempo, si lavavano le lane delle pecore; varie strade, intanto, ci invitano a risa­lire verso le valli dei dintorni.

Eccoci così, all'incontro più suggestivo, in questa zona, è quello con Volterra, la città che si eleva con i suoi antichissimi ricordi sopra il desolato paesaggio delle « Balze » . .  sopra quelle alture che dividono la Valle della Cecina dalla Valle dell'Era, la stupenda città di VOLTERRA. Ciò che maggiormente impressiona il visitatore, avvicinandosi a Volterra, è la visione delle Balze, una gigantesca voragine che si spa­lanca a circa 2 chilometri dalla città e che è causata da continui franamenti del suo pauroso baratro, ha già fatto inabissare chiese, ca­se, mura e monasteri, ingoiali di schianto da silenziose frane. E l'e­rosione, che dura da secoli, progredisce senza tregua. Solitaria sul suo colle (che spazia su un'immensa vista da­gli Appennini al Tir­reno) austera e serena a un tempo, la città ha un suo fascino parti­colare che la distin­gue da ogni altra. In che cosa consi­ste questo fascino?

E difficile dirlo con precisione. Giunti al­le sue soglie, ad esem­pio, si rimane colpi­ti dalla poderosa cer­chia d'elle sue mura: da una parte le mura medioevali, che si saldano sulla som­mità del colle alla ci­clopica mole della Fortezza Medicea (una delle più formi­dabili piazzeforti d'IItalia), e dall' altra parte le mura etnische, as­sai più estese verso i poggi e le vallette cir­costanti, ma divorate in taluni punti dalle frane delle « Balze ». E nelle mura si aprono varie « porte », anch'esse medioevali od etnische: come la massiccia Porta dell'Arco Etrusco, la gran­diosa Porta di San Francesco, la pittoresca Porta San Felice e l' antichissima Porta Diana.

Quanti ricordi conservano i millenari massi di queste mura e di queste porte! Sono i ricordi di Velathri, la potente lucumónia etrusca che regnò su un vasto Stato finché non fu sottomessa da Roma; sono i ricordi della fierissima Volterra comunale che nel Medioevo lottò lungamente per la propria libertà finche non dovette piegarsi al domi­nio di Firenze . . .

Ed ecco che i ricordi di quelle due età tanto diverse (una solenne e misteriosa e l'altra pugnace ed ardente) già ci svelano qualcosa del fascino di Volterra, già ci aiu­tano a comprendere il magico incanto della sua bellezza.

Entrati in città, infatti, non è più una sorpresa ritrovare dovunque i segni di quei tempi: chiese, palazzi, archi, case, torri, fontane ci sfilano davanti come visioni di un passato che fu anche nostro, e del quale ser­biamo memoria . . .

Talune, come quella della Piazza dei Priori, sono visioni grandiose. Qui, nel cuo­re dell'antico Comune, si fronteggiano il se­reno Palazzo Pretorio e il maestoso Palazzo dei Priori, entrambi sovrasta­ti da alte torri. Nelle sale del Palazzo dei Priori, che è il più antico palazzo comunale della Toscana, sono custoditi capolavori di Luca Signorelli, di Domenico Ghirlandaio, di Daniele da Volterra.

Dietro il Palazzo dei Priori ecco il Duomo del 1200 con le preziose scul­ture di Mino da Fiesole e altre opere d'ar­pie; ecco il Battistero col fonte battesimale di Andrea Sansovino.

Visioni più pittoresche, simili a scenari medioevali rimasti intatti da secoli, ci si pre­sentano poi attorno all'altissima Casa-torre Buomparenti, in Via dei Sarti attorno alla bella Chiesa romanica di San Michele, in Via Matteotti, e in Via Por­ta all'Arco. In quest'ultima via, che scende ripida sul tracciato di una strada etrusca, notiamo caratteristiche botteghe con uomini impolverati di bianco che sembrano mugnai.

Sono, invece, i bravissimi artigiani che tra­sformano la tenera pietra dell'alabastro in graziose statuette. Pensiamo, osservandole : « Ecco qualco­sa che forse non c'entra col passato, qui a Volterra ...» Ma poco dopo, entrati nel Museo Guarnacci, che è una delle più importanti raccolte etrusche d'Italia, ci ac­corgiamo che l'alabastro era già sapiente­mente lavorato 2500 anni or sono dagli abi­tanti di « Velathri ». Si tratta di magnifiche urne cinerarie etrusche ornate di bassorilie­vi e con la statuetta del defunto sopra il co­perchio. E, nello stesso Museo, ammiriamo altro materiale ritrovato nelle tombe della « Necropoli Etrusca » che si estendeva a nord della città: armi, bronzi, ceramiche, monete, specchi, avori, ecc.

Ci avviamo, ora, concludendo la nostra visita, verso la Porta San Francesco, accan­to alla quale sorge la Chiesa di San Francesco con mirabili affreschi della « Leggenda della Santa Croce ».

Fuori della Porta, inizia la passeggiata alle « Balze », attraverso i borghi di Santo Stefano e di San Giusto. Alte su imponenti scalinate, ci appaiono le Chiese di Santa Chiara e di San Giusto. Sul ciglio dell'altu­ra, i ciclopici resti delle mura etnische si avviano verso la voragine delle Balze. Ai limiti dell'abisso, solitaria e già diroccata, la Badia di San Salvatore at­tende la fine con i resti pericolanti della sua chiesa, ma con il chiostro ancora intatto, col refettorio del monastero ancora illumi­nato dagli affreschi che narrano la vita di San Giusto e di San Clemente . . .

Davanti allo sfacelo delle Balze, ci vie­ne il desiderio di . . . qualcosa di solido. Tornati sui nostri passi, troviamo ciò che cerchiamo nell'ampio prato che si apre in fondo al Viale Francesco Ferrucci. Sono gli avanzi del Teatro Romano, tornati di recen­te alla luce dopo lunghi lavori di scavo.

E così troviamo anche l'anello che con­giunge, nella storia della città, la Velathri etrusca alla Volterra medioevale. E l'anello della Volaterra romana, che dopo aver ce­duto all'assedio di Siila fu, per secoli, fede­le « municipium » dell'Impero di Roma.

Non ci resta, adesso, che fare un rapido giro nella zona mineraria delle Colline Me­tallifere, di cui già conosciamo, da una let­tura fatta, Larderello, il famosissimo cen­tro dei « soffioni boraciferi », per poi tornare sulla via di casa............

 

 

 

 

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